Prosecco: l'Italia vince la battaglia per la denominazione, ma l'Australia otterrà una deroga storica

Dopo anni di contesa, lo spumante italiano ottiene un riconoscimento formale come indicazione geografica protetta in terra Oz, ma con un compromesso che lascia spazio alla produzione locale per i prossimi dieci anni
Con la conclusione dei negoziati per l'accordo di libero scambio tra Unione Europea e Australia, siglato a marzo 2026, il Prosecco (sia DOC che DOCG, inclusi Asolo e Conegliano-Valdobbiadene) diventa finalmente prerogativa esclusiva del prodotto italiano sui mercati internazionali. L'accordo preso, stabilisce che l'uso del termine "Prosecco" per i vini australiani destinati all'esportazione verso paesi terzi, sarà consentito per un periodo massimo di dieci anni dall'entrata in vigore del trattato. Per il mercato interno australiano, invece, i viticoltori potranno continuare a usare "Prosecco" come nome di varietà, ma con nuove regole grafiche sull'etichetta.

La querelle sul nome del Prosecco risale alla fine degli anni Novanta, quando talee del vitigno Prosecco arrivarono in Australia per conto della famiglia Dal Zotto di Valdobbiadene, che piantarono i primi vigneti nel King Valley in Victoria, nel 1999. All'epoca le uve erano denominate "Prosecco" e non erano soggette a vincoli territoriali, quindi potevano essere utilizzate al di fuori del contesto geografico veneto. Oggi, ci sono 120 ettari di Prosecco piantati in 11 regioni australiane, che producono circa 20 milioni di bottiglie, secondo Wine Australia.

Il punto di svolta avvenne nel 2009, con l'istituzione della DOC Prosecco da parte del governo veneto. In quel momento viene riscritta la storia, il termine "Prosecco" non è più considerato solo il nome della varietà (usato già dal 1700), ma diventa un'indicazione geografica italiana. Contestualmente, con un decreto europeo del 2009, la varietà Prosecco viene ribattezzata "Glera", e la Commissione europea non riconosce più il Prosecco come vitigno, ma come IG italiana, e cerca così di registrarlo in Australia, ma la Australian Grape & Wine contesta la mossa nel 2013, sostenendo che il Prosecco era conosciuto come varietà di uva molto prima del 2009. Ed è così che l'Australia rimane l'unico grande Paese a non riconoscere la DOC italiana, mentre la Cina e la Nuova Zelanda riconoscono il Prosecco DOC, decidendo di bloccare le importazioni di Prosecco australiano.

La posizione del Consorzio Prosecco DOC fu chiara: "Meglio nessun accordo che un cattivo accordo"
L' allora presidente in carica del Consorzio Prosecco DOC, Stefano Zanette, dichiarò che nel 2009 si era posta una pietra miliare nella storia del Prosecco, che trovava il suo fondamento scritto in un documento risalente al 1715.
I produttori australiani, dalla loro, sostennero che "Prosecco" era il nome del vitigno, non solo una denominazione geografica, e che il termine era utilizzato in Australia già prima dell'introduzione della DOP da parte dell'UE nel 2009.

Arrivando ai giorni nostri, l'accordo commerciale tra Australia e UE, concluso a marzo 2026, offre vantaggi commerciali per i produttori australiani: azzeramento immediato dei dazi sui vini esportati nell'UE e semplificazioni tecniche per l'esportazione. L'accordo protegge anche sette nuove indicazioni geografiche australiane nell'UE, New England, Pokolbin, Upper Hunter Valley, Mount Gambier, Robe, Wrattonbully e Australia, e riconosce sette nuovi nomi di vitigni utilizzabili dagli esportatori australiani nel mercato UE, tra cui Nero d'Avola e Friulano.

Il patto segna quindi un passaggio importante negli equilibri del commercio del vino, con effetti destinati a incidere nel medio periodo, sia sulle strategie dei produttori sia a rafforzare il principio di protezione delle indicazioni geografiche europee. Per il Sistema Prosecco, l'accordo rappresenta un risultato significativo sul piano della tutela internazionale.

Ma una cosa è certa: dal 2036, il Prosecco sulle tavole del mondo sarà solo quello italiano.

Isabella Gaudino

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